La successione delle leggi penali nel tempo – art. 2 Codice Penale

La successione di leggi penali nel tempo è regolata dall’art. 2 del codice penale che così recita:
Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato.
Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.
Se vi è stata condanna a pena detentiva e la legge posteriore prevede esclusivamente la pena pecuniaria, la pena detentiva inflitta si converte immediatamente nella corrispondente pena pecuniaria, ai sensi dell’articolo 135.
Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile.
Se si tratta di leggi eccezionali o temporanee, non si applicano le disposizioni dei capoversi precedenti.
Le disposizioni di questo articolo si applicano altresì nei casi di decadenza e di
mancata ratifica di un decreto-legge e nelcaso di un decreto-legge convertito in legge con emendamenti.

L’importanza costituzionale della successione di leggi nel tempo

La regolamentazione della successione delle leggi penali nel tempo assume nell’ambito del diritto penale un’importanza certamente preminente e più importante di quanto non accada nell’ambito delle altre branche del diritto.
Ciò accade in virtù dei principi costituzionali che regolano detta materia.
La norma ha certamente rango costituzionale. Essa infatti si ricollega strettamente al principio esposto nell’art. 25 co. 2 della Costituzione (principio del nullum crimen sine lege). Detta norma testualmente afferma che Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.
Detto principio è posto a tutela delle prerogative dell’individuo. E’ da sottolineare infatti che il principio di irretroattività della norma penale è uno dei quattro principi cardine della materia (quelli cioè che, tutti insieme, formano il principio di legalità).
Non potrebbe, d’altro canto, essere diversamente. Sarebbe certamente assurdo e contrario a ogni principio giuridico, particolarmente nell’ambito di un’esperienza di governo che si ispira a valori democratici quale è quella attuale, se si potesse punire un soggetto per un’azione che nel tempo in cui è stata commessa non era preveduta dalla legge come reato. Non si potrebbe muovere, in un caso simile, alcun rimprovero nei confronti del soggetto agente.
Sappiamo infatti quale sia ormai, vista la ormai unanimamente accettata teoria della concezione normativa della colpevolezza, l’importanza della rimproverabilità della condotta antigiuridica tenuta dal reo nel nostro ordinamento. Non può esistere pena irrogata se non si può muovere alcun rimprovero nei confronti di chi ha agito. E non si può muovere certamente alcun rimprovero a chi ha tenuto una condotta in un tempo in cui questa era perfettamente lecita.
Questa è la prima garanzia, diremmo anche la garanzia basilare, per ogni sistema di diritto penale che si rispetti.
Parimenti è contrario ai principi di diritto se un soggetto continuasse a scontare una pena per un fatto che quando era stato compiuto costituiva reato ma che successivamente viene depenalizzato.
La ratio qui è parzialmente diversa e risponde a criteri di ragionevolezza. Se, difatti, il legislatore depenalizza determinate condotte lo fa perchè ritiene che il disvalore della condotta sia ormai cessato del tutto ovvero sia fortemente ridimensionato (il che molto spesso implica il fenomeno della c.d. depenalizzazione, cioè la degradazione di illecito penale a illecito amministrativo). Pertanto è certamente ingiustificato il continuare a far scontare una pena per un fatto che ormai non costituisce più reato.
Per questo è posta nel comma 2 della norma di riferimento sono poste due regole. La prima è quella per cui se un reato viene depenalizzato o abrogato in corso di procedimento dovrà condurre a una chiusura anticipata e immediata del procedimento penale (con archiviazione se nella fase delle indagini preliminari; con sentenza di assoluzione perchè il fatto non è preveduto dalla legge come reato nell’ambito del dibattimento). La seconda regola è che se la condanna è stata irrogata in un procedimento già conclusosi ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.
Nota bene: rientra nell’ambito dell’applicazione di detta disciplina anche l’ipotesi in cui una determinata condotta non costituisca reato perchè è intervenuta una sentenza della Corte Costituzionale che ha sancità l’illegittimità (incostituzionalità) della norma.

Le ragioni giustificatrici di detta disciplina

Quanto alle ragioni giustificatrici dell’attuale impianto normativo posto dall’art. 2 del codice penale sono state nel tempo proposte varie teorie.
Inizialmente si cercò di far rientrare detta normativa nell’ambito del principio di uguaglianza ex art. 3 Costituzione: sarebbe stato infatti ingiusto se due soggetti fossero stati puniti in modo diverso per aver posto in essere una medesima condotta di fatto (e aver, conseguentemente, violato una medesima norma di diritto). Questa tesi fu tuttavia criticata e presto messa da parte.
Più fortuna ebbe la teoria che volle accostare la disciplina della successione delle leggi penali nel tempo a un principio del favor rei cioè quel principio per cui vanno applicate le norme che prevedono un trattamento sanzionatorio più mite. Questa tesi, sposata da gran parte della dottrina, non riscontra però il favore della giurisprudenza in materia.
Secondo la giurisprudenza più recente, infatti, la normativa attualmente in vigore va ricondotta a un principio di ragionevolezza. E’ irragionevole far sottostare il reo a delle pene per cui il legislatore, a seguito di attente valutazioni sul piano politico-legislativo, ha già sancito l’assenza (seppur sopravvenuta) di disvalore sociale. E’ altrettanto irragionevole far sottostare il reo a pene più gravi quando il legislatore ha già riconosciuto, mediante lo strumento di creazione delle leggi, un ormai ridimensionato disvalore sociale della condotta.
La ratio della disciplina in esame si pone dunque su un piano esclusivamente oggettivo, al ricerca cioè della razionalità e ragionevolezza dell’intero sistema penale. Viene dunque ‘bocciato’ il ricorso al principio, chiaramente soggettivo, del favor rei.


Abolitio criminis o successione modificativa? I sottili confini tra le due figure

Ai sensi di quanto già anticipato in sede introduttiva è molto importante distinguere quando ci si trovi innanzi a casi di abolitio criminis piuttosto che di successione modificativa di leggi. Il motivo di ciò è evidente: in casi di abolizione del fatto di reato si applicherà il comma 2 della norma che prevede la cessazione degli effetti penali della condanna; se invece si avrà una mera modifica legislativa si applicherà il comma 4 dell’art. 2 cod. pen. che prevede l’applicazione della lex mitior e cioè la legge che prevede il trattamento sanzionatorio più favorevole per il reo.
Mentre in taluni casi è palese la differenza tra le due figure in taluni altri casi non è così.
Per questo sono state proposte nel corso del tempo varie teorie.
La prima era detta teoria del fatto concreto. In base a detta teoria andava analizzato il fatto come concretamente realizzatosi e, se esso era punibile indistintamente per la norma anteriore e per quella posteriore, ci si trovava innanzi a una modifica legislativa (applicazione del comma 4 della norma). Se, viceversa, il fatto concreto non sarebbe stato punibile ai sensi della norma posteriore ci si trovava innanzi a una abolitio criminis (applicazione dunque del comma 2 della norma).
Tuttavia detta tesi non trovò il favore della giurisprudenza. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la celebre sentenza Giordano del 2003 (sentenza 25887/2003 SS. UU. Cassazione) ha affermato a tal proposito (punto 3 del Considerato in diritto) che “[…] se si optasse per la continuità quando un fatto concreto commesso sotto il vigore della legge abrogata rientra, per aspetti diversi, nella previsione della nuova legge si farebbe di questa un’applicazione retroattiva, in quanto quel fatto verrebbe punito solo per aspetti che prima erano privi di rilevanza penale.”
Venne dunque proposta la teoria del rapporto fra gli elementi strutturali di una norma. Se tra la norma anteriore e la norma posteriore sussiste un rapporto di specialità (cioè una possiede rispetto agli altri degli elementi c.d. specializzanti) bisogna fare dunque delle distinzioni.
Bisogna premettere però che il rapporto di specialità implica che la norma di carattere generale ha sempre una portata più ampia rispetto a quella speciale. Per questo motivo un comportamento punito dalla norma speciale è sempre punibile ai sensi della norma di carattere generale; non sempre accade però il contrario.
Se dunque a essere speciale è la norma anteriore, non si dubita che si sia in presenza di una successione modificativa di leggi: la norma posteriore (quella cioè generale) include un ventaglio di condotte più ampio di quanto faccia la norma anteriore (speciale) e per questo le condotte contenute in quest’ultima saranno altresì punite nella norma posteriore.
Se però accade il contrario (la norma speciale è quella entrata in vigore posteriormente) bisogna analizzare se la condotta del reo rientri o meno nelle fattispecie punite dalla norma posteriore. Se si, si avrà una successione modificativa di leggi (si applica comma 4 dell’art. 2 cod. pen.); se no si avrà una abolitio criminis parziale (si applica nei confronti dell’agente il comma 2).

L’applicazione dell’articolo 2 del Codice Penale alle norme dei decreti leggi

Molto discussa è altresì l’applicazione della disciplina sulla successione di leggi penali nel tempo nel caso dei decreti legge, cui la normativa si applica per espressa previsione dell’ultimo comma della norma.
Importantissimi sono i rilievi da fare a proposito dei decreti legge non convertiti o dei decreti legge convertiti in legge con emendamenti.
Nel primo caso la successione di leggi penali nel tempo si applica solo con riguardo ai fatti concomitanti al periodo di efficacia del decreto legge stesso. Difatti è la stessa Costituzione (art. 77 co. 3) ad affermare la cessazione degli effetti ex tunc del decreto legge non convertito. Esso, dunque, è come se non fosse mai entrato in vigore per i fatti compiuti antecedentemente. Si pensi, al di là del chiarissimo dettato costituzionale, alle sfasature che il sistema penale subirebbe a voler ragionare diversamente. Accadrebbe che difatti la classe politica potrebbe adottare delle norme nella forma del decreto legge per di fatto depenalizzare tutte le condotte compiute fino a quel momento. Si tratterebbe, nella sostanza, di un’amnistia occulta per quelle determinate condotte. In realtà, si sottolinea con cognizione di causa in alcuni manuali, che se davvero la classe politica fosse capace di un simile sotterfugio a venire in gioco sarebbe non solo la tenuta del sistema penale ma di tutto il disegno costituzionale nel suo complesso considerato.
Parimenti se un decreto legge è convertito in legge ma con emendamenti, le parti non convertite in legge (parti emendate) vanno incontro alla perdita di efficacia ex tunc con l’applicazione integrale della disciplina pocanzi esposta.