Caserta: “L’Università va ristrutturata ma la Sicilia può rialzare la testa”

La redazione del sito Studenti Unict ha intervistato il Prof. Maurizio Caserta, Professore Ordinario dell’Università di Catania e noto in città anche per la sua esperienza politica, in particolar per la sua candidatura a Sindaco di Catania nelle elezioni dello scorso giugno. Con lui abbiamo parlato di giovani, Università, lavoro, occupazione e tanto altro. Ecco di seguito l’intervista.

Quando la situazione occupazionale migliorerà in Italia e in Sicilia?
Questa è una domanda molto ampia a cui potrebbero darsi molte risposte, anche molto specifiche. Tendenzialmente risponderei che la situazione migliorerà quando verrà dato più spazio alla piccola impresa. Di fatto non può esserci lavoro se non c’è impresa e dunque è proprio in quest’ottica che vanno incoraggiate le iniziative individuali. In generale credo che c’è un rischio di una separazione netta tra due aree del Paese: una parte può risalire mentre l’altra potrebbe rimanere in queste condizioni difficili. Se questo accadesse il Sud sarebbe ridotto ad uno stato di marginalità rispetto al resto dell’Italia.

In cosa dovrebbe migliorare l’Università per preparare meglio gli studenti al mondo del lavoro?
Sarò impopolare nella mia risposta, ma secondo me è necessaria una totale ristrutturazione della nostra Università. Ogni Università dovrebbe insegnare solo ciò che sa fare meglio e ognuno deve essere libero di formarsi secondo le sue attitudini. In poche parole ci vuole una specializzazione degli Atenei; non Atenei in cui esistano tanti Dipartimenti e tanti Corsi di Laurea ma Dipartimenti in cui si insegna solo ciò che si insegnare in modo qualitativamente buono. Non viene valorizzato ciò che in Sicilia, a livello di Università, sappiamo fare ed insegnare bene. Ne è testimonianza che mentre tanti studenti del Sud vanno al Nord non accade quasi mai il contrario. Questo è dovuto a una scarsa valorizzazione delle eccellenze che sicuramente sono presenti nel nostro Ateneo e in Sicilia in generale.

Secondo lei la laurea è sempre sinonimo di un maggiore grado di preparazione da spendere a livello occupazionale e professionale?
Chi ha studiato per più anni rispetto ad altri può sicuramente contare su un bagaglio di conoscenze superiore che dà allo studente maggiori chances nel mondo lavorativo. Se così non fosse di fatto nessuno si iscriverebbe all’Università. Posto che da un lato nel nostro Paese c’è il principio del valore legale della laurea, tutti i laureati sono formalmente posti sullo stesso livello. Anzi talora le differenziazioni tra studenti laureati in alcuni Atenei ed in altri sono fatti sulla base di mere apparenze. Molto spesso si dà per scontato che uno studente perchè venga da un certo Ateneo sia più preparato di un altro e non sempre questo corrisponde a verità. Personalmente ritengo che la preparazione che dia l’Università di Catania non sia inferiore rispetto a quella di molti altri Atenei italiani.

Lei è d’accordo con il porre un numero chiuso agli accessi a tutti i Corsi di Laurea?
In realtà in Italia il problema non è diminuire il numero dei laureati, visto anche che analizzando le più recenti statistiche i laureati in Italia sono in proporzione meno che in altri Paesi europei, piuttosto cercare di aumentarlo. Il problema non è dunque quanti studenti entrano all’Università ma piuttosto la qualità del servizio ad essi viene offerto. In questo momento l’Università italiana non è in grado di offrire un buon servizio a tutti gli studenti e per risolvere questo problema c’è una sola soluzione: stanziare maggiori risorse per l’Università e l’istruzione.


Secondo lei cosa si dovrebbe fare per ridurre il gap tra Università italiane e quelle europee?
Anzitutto aumentare il numero di Atenei. Sarebbe ottimale se ci fossero più Atenei di minori dimensioni; adesso invece ce ne sono pochi ed essendo molto grandi non sono spesso in grado di offrire servizi in modo efficiente. Ormai siamo tutti a conoscenza del fatto che l’Università italiana sia un passo indietro rispetto alle altre e in particolar modo la situazione più grave è sicuramente quella degli Atenei del Sud. Credo che ci sia un modo sbagliato di intendere l’Università qui da noi; l’Università è intesa un servizio come molti altri. Essa dovrebbe essere invece intesa come comunità, un pò seguendo il modello inglese. Una comunità in cui ognuno dovrebbe fare la sua parte e di cui ognuno dovrebbe sentire un senso di appartenenza; credo che tutto questo sia molto lontano dal nostro attuale modo di concepire l’Università. In ogni caso credo che anche le Università di altri Paesi, quali ad esempio la Francia e la Germania, abbiano parecchi problemi da risolvere.

Di chi è la responsabilità di questa situazione?
La responsabilità è di chi ha permesso che la storia della Sicilia si svolgesse in questo modo piuttosto che in un altro. Quindi sono soprattutto della scorsa generazione. Ma anche la nuova generazione dei giovani potrà un giorno essere responsabile se non sarà in grado di ingenerare un deciso cambiamento.

Se lei fosse studente universitario preferirebbe andare andare all’estero o stare qui aspettando che la situazione cambi?
Io me ne andrei all’estero. D’altronde questa scelta mi sembrerebbe coerente con la direzione in cui va il mondo in questo periodo storico, che non è sicuramente caratterizzato dalla stanzialità. Tutti sono in un posto ma un giorno, presto o tardi, potrebbero trovarsi in un altro. Forse la situazione tra qualche anno cambierà, ma sicuramente non si può non affermare che questo periodo storico sia caratterizzato dallo spostarsi.

Secondo lei ci sarà un giorno in cui la Sicilia potrà risolvere definitivamente il problema occupazione?
Secondo me si, sono fiducioso. L’avvento della crisi ha aperto tanti spazi sia economici che politici che possono permetterci di rialzare la testa. Per farlo però è necessario fare qualcosa di sensato e per sensato intendo qualcosa di nuovo. E’ necessario proporre un nuovo modello produttivo e proporre prodotti di qualità sul mercato. Se riuscissimo a far questo non sarebbe impossibile rialzarci dalla difficile situazione attuale.

Che appello si sente di lanciare a chi leggerà questa intervista?
Oggi ci sono le condizioni per investire nella nostra terra e per migliorare la situazione della nostra Sicilia. Per far questo però è necessario acquisire dei nuovi concetti di accoglienza e di “sicilianità”. Questa terra è di tutti, oltre che essere nostra. Ed è per questo che il nostro compito è quello di affermare la nostra sicilianità non da soli ma piuttosto facendo forze e conto anche se eventuali contributi esterni che possono fare la fortuna di questa splendida Regione.